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Sanremo è come quell’amico di famiglia che è stato lontano per un anno e quando torna passa sempre a salutarti.

Sai già che ti entra in casa per restare qualche giorno con te e poi ripartire. Lo aspetti e la prima sera quando arriva, preciso all’ora annunciata, sei felice perchè sai che riabbracciarlo già significa che un altro anno è passato e, grazie a Dio, siete ancora insieme.

Lo guardi e cerchi la prima impressione per cogliere quale stato d’animo porta con se’. Gli occhi colgono qualcosa di spento: c’è il vestito “buono” per far bella figura, ma non ci sono colori, è tutto bianco candido o nero cupo, come se il mondo fosse diviso in due fazioni ben distinte.

Quel tocco di rosso che di tanto in tanto si intravede, non è il rosso della passione vibrante, ma è un bordeaux, come una passione un po’ stanca che si trascina disillusa.

Certo da sempre il bianco e il nero donano eleganza, ma perché l’assoluta mancanza di cromatismi alle porte della primavera? Il bianco e il nero, così assoluti e opposti, colori acromatici e apparentemente inconciliabili, sembrano raccontare un rigido dualismo nei confronti della complessità della vita, quell’atteggiamento assolutistico che diventa quasi intollerante…

Con un po’ più di attenzione guardo il “tatuaggio” che mostri e capisco meglio: yin e yang 69, l’uno non può esistere senza l’altro.

Bene, ora racconta. Un fiume di note mi parla di amori persi e ritrovati, dell’infanzia perduta(Silvestri), della vita da immigrato (Mahmood), della fragilità e richiesta di aiuto (Cristicchi), del rifiuto di ciò che non va in questa società contemporanea (Negrita). Il repertorio emotivo è variegato, i sentimenti sono contrastanti: tra incertezza e tristezza, tra paura e rabbia, c’è anche la positività della fiducia e dell’aspettativa.

Passano i giorni e continuiamo a stare insieme sapendo che, come sempre, la sera prima della partenza c’è la festa. Il tema è “il circo” e, in perfetto tono circense, arrivano anche gli ospiti con le loro giacche luccicanti (argento per chi ha i capelli bianchi, tripudio di fili d’oro e ricami per i più giovani, qualcuno in divisa da domatore).

L’ultima sera è quella del congedo, restiamo ancora un po’ insieme con gli amici più intimi. Nella libertà della serata le amiche indossano quasi tutte la stessa giacca (nera) ed è trionfo del capospalla .

La “dinner Jacket ”, protagonista anche per gli uomini tra difetti più o meno evidenti e l’impronta tanto “confezionata in serie”, mi distrae e non mi accorgo che è arrivata l’ora del commiato.

C’è un ragazzo che porterà il premio a casa e la giacca neanche la ha, ma la camicia quella è bianca e nera.

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